Vice – l’uomo nell’ombra

Christian Bale ci ha abituato fin troppo bene, ormai sappiamo già dall’incipit del trailer che lo vedremo cambiare connotati, peso e turbe psichiche. Per questo, l’ennesima performance di trasformismo non stupisce più di tanto, anzi, rischia di offuscare il godimento dell’opera con una patina di “già visto”.
Ma queste sono chiacchiere da spettatore viziato.
Il bello di tutto questo è che durante la visione ti dimentichi che quello è Christian Bale, ed è una sensazione magnifica dovuta anche – anzi, soprattutto – al fatto che il protagonista è accompagnato, anzi spinto e tirato in tutte le direzioni possibili da uno stuolo di comprimari eccellenti.
Amy Adams, Steve Carell (nota di merito per il suo Rumsfeld), un Rockwell – G. W. Bush inquietante a pensare che tutto il mondo ha dovuto farci i conti, alzano l’asticella delle performance e trasformano la storia di Dick Cheney nel racconto delle conseguenze delle azioni di Dick Cheney sulle persone che aveva attorno.
Quello che emerge è la storia del perfetto gregario, che in maniera quasi fantozziana chiede al capo: “Ma noi, in cos’è che crediamo?”. Non è bello, non è atletico, non è schifosamente ricco di famiglia, non è neanche particolarmente brillante – anzi, spende buona parte dei suoi anni migliori ad ubriacarsi, fare risse e montare tralicci dell’alta tensione, e si laurea in un’università pubblica dopo essere stato espulso da Yale, ma il Dick Cheney di Vice è spietato, astuto e mosso dalla determinazione tetra che spesso dimostrano gli uomini semplici. Un’idea per volta, ma portata avanti fino al successo, costi quel che costi. Che si faccia pure intervistare Colin Powell col suo sorriso e le sue cravatte perfette, che sia Donald Rumsfeld a metterci la faccia sulle idee guerresche dei conservatori, che vada Bush Jr a far presenza in mimetica tra i soldati, l’unica preoccupazione del protagonista è trovare una via verso il potere.
Il potere altrui, in realtà, visto che Cheney si spende per buona parte della storia nel tentativo di allargare il raggio d’azione del Presidente fino al limite dell’assolutismo, ma questo perché sa perfettamente che a colmare le lacune di un Bush Jr. quantomeno approssimativo sarà lui, the Vice, la carica considerata inutile persino dalla moglie che nelle mani di Cheney diventa terribile, assoluta e determinante per la politica mondiale del primo decennio del 2000.
La regia di McKay (Anchorman, La Grande Scommessa) trasforma quello che poteva essere un serio biopic di denuncia in una commedia satirica surreale e movimentata, facendo diventare un tormentone comico persino i frequenti infarti del protagonista e facendo contestualizzare le vicende ad una pedina della storia del Mondo che suo malgrado darà un supporto essenziale alla prosecuzione della storia.
La bella notizia, è che il film è estremamente godibile e strappa più di un sorriso, pur se in uno scenario drammatico di guerre, battaglie per i diritti civili, soprusi politici giocati sulla pelle dei più deboli. La brutta notizia, è che – al di là delle necessità di sceneggiatura – quel tipo ha davvero praticamente governato il Mondo per un decennio. E questo dettaglio, quando arrivano i titoli di coda, ti si incolla addosso e non se ne va.

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