La ragazza del treno – Paula Hawkins

Rachel, Anna, Megan, tre donne all’apparenza così diverse che in realtà hanno molto in comune. Soffrono tutte di una qualche forma di dipendenza: dal proprio uomo, dall’alcol o dall’immagine di perfezione che vorrebbero offrire di sé.

Non sanno stare con se stesse: hanno bisogno di un uomo, di un compagno di vita, di qualcuno che le faccia sentire amate e desiderate.

Non hanno un lavoro, non sanno cosa sia l’indipendenza economica, la libertà di poter scegliere per se stesse cosa è meglio e probabilmente non sono neanche interessate ad averla, benché i soldi ricoprano un ruolo fondamentale nella loro vita.

Il senso di colpa, anche per ciò che non hanno fatto, è una presenza costante nelle loro storie.

Hanno una visione perversa e distorta della maternità. Tutte ripongono in questo tassello della loro vita, talvolta mancante, le condizioni per la loro autorealizzazione.

Le vite di queste tre donne si intrecciano ne “La ragazza del treno”, un romanzo che ha tutte le caratteristiche di un thriller, che sa sapientemente tenere il lettore incollato alle pagine fino agli ultimi paragrafi, quando finalmente tutti i pezzi del puzzle, fatto di ricordi lacunosi e testimonianze frammentarie, vengono ricomposti per rivelare la soluzione del giallo.

Le tre donne sono le protagoniste assolute di questo libro ed i loro punti di vista in prima persona si alternano nella narrazione.

Gli eventi sono un susseguirsi di scelte irrazionali e crisi isteriche e fa un po’ male vedere che nel 2015 (anno di pubblicazione del romanzo) le donne siano ancora rappresentate solo con un insieme di stereotipi e luoghi comuni già visti mille volte. Persino Cathy, personaggio secondario, coinquilina di Rachel, ricalca il modello di donna completamente condizionata dai capricci del proprio compagno.

Certo, alcune donne sono anche questo, ma la psicologia umana (non solo quella delle donne) è estremamente complessa, ricca di sfaccettature, è estremamente riduttivo in un libro, che quindi a differenza dei film fornisce più occasioni e spazio per raccontare i dettagli, delineare in questo modo i profili psicologici e le personalità dei personaggi.

Fa ancora più male vedere che l’autrice è una donna. Paula Hawkins in quasi 400 pagine di romanzo non riesce a regalarci un personaggio femminile che si discosti minimamente da questo modello.

Anche gli uomini ricalcano uno stereotipo trito e ritrito e privo di qualsiasi sfumatura: gelosi, predatori, possessivi e bugiardi.

Nelle ultime pagine del libro l’autrice sfodera anche un vecchio cavallo di battaglia, l’ingrediente essenziale di qualsiasi storia che parli di donne: la solidarietà femminile. Questo essere mitologico che probabilmente non è mai esistito e che, a mio parere, suona come una nota stridente e fuori contesto all’interno delle dinamiche e delle relazioni raccontate all’interno del romanzo.

Al contrario, invece, non viene dato alcun risalto ed importanza al sentimento di amicizia che talvolta può nascere tra donne.

Le tre protagoniste sono estremamente sole: tutti i personaggi secondari, come Tara o Cathy, non hanno alcuno spessore e tra loro e i personaggi principali non c’è alcun tipo di legame affettuoso o sentimentale. Persino le madri non hanno alcun ruolo o peso in questa storia.

Va detto comunque che il tema di fondo del romanzo è l’abuso psicologico e chi perpetua questo tipo di crimine, sceglie vittime fragili e sole proprio come Rachel, Anna e Megan.

Avrei comunque apprezzato di più la possibilità di trovare anche altri personaggi, altre rappresentazioni della realtà che raffigurassero in maniera più esaustiva la complessità e la varietà dell’animo umano.

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