Tre millimetri al giorno – Richard Matheson

Per una serie di sfortunate coincidenze Scott rimane vittima di una mutazione genetica che lo porta a rimpicciolire di 3 millimetri ogni giorno. Le consulenze dei migliori medici specialisti e le cure sperimentali testate sulla sua pelle contribuiranno solo ad aumentare la sua frustrazione e la sua rabbia, ma non lo porteranno lontano da quello che sembra l’unico esito possibile: la scomparsa, una volta terminati tutti i millimetri a sua disposizione.
Ma ciò che stravolge la sua esistenza non è solo l’angoscia per una morte imminente e la certezza matematica di poterne calcolare la data esatta, ma lo stravolgimento progressivo di tutti gli equilibri nelle relazioni della sua vita.
Scott scoprirà che diventare sempre più piccoli vuol dire perdere il proprio lavoro, la propria posizione sociale, l’affetto dei propri cari, uscire progressivamente dalla loro vita.
Si ritroverà presto schiacciato da una parte dalle difficoltà economiche, legate all’impossibilità di assolvere le mansioni che gli erano solite quando aveva una corporatura normale, dall’altra dalla crisi dei rapporti con i propri familiari: la moglie, la figlia, il fratello ed anche l’anziana madre.
Tutto questo porterà più volte Scott sull’orlo della disperazione e della resa. Ma alla fine sarà sempre l’istinto di sopravvivenza a mantenerlo in vita, perché diventare piccoli come un insetto spalanca le porte a nuove sfide e difficoltà che lo tengono costantemente in tensione ma che allo stesso tempo gli lasciano poco spazio e tempo per la disperazione.
“Tre millimetri al giorno” è un romanzo edito per la prima volta in Italia nella collana Urania, il suo autore, lo statunitense Richard Matheson è stato un prolifico autore di sceneggiature e romanzi di fantascienza, tra i più noti “Io sono leggenda”, riadattato in chiave cinematografica con protagonista Will Smith.
I suoi romanzi sono carichi di tensione, ma lasciano sempre intravedere un barlume di speranza in lontananza. I protagonisti hanno un profilo psicologico ben definito che non è una qualità scontata nei romanzi di fantascienza.
Il romanzo inizia con Scott che è già ad una dimensione tale da doversi ingegnare per difendere la propria esistenza dal pericolo costituito dalla presenza di una vedova nera.
La lettura procede scorrevole e l’attenzione del lettore è tenuta costantemente alta tramite il richiamo continuo ad episodi del passato, che rivelano progressivamente nuovi particolari sulle vicissitudini di Scott e su come sia arrivato nella situazione in cui si ritrova.
Un libro assolutamente immancabile nella biblioteca degli appassionati di fantascienza.

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Vice – l’uomo nell’ombra

Christian Bale ci ha abituato fin troppo bene, ormai sappiamo già dall’incipit del trailer che lo vedremo cambiare connotati, peso e turbe psichiche. Per questo, l’ennesima performance di trasformismo non stupisce più di tanto, anzi, rischia di offuscare il godimento dell’opera con una patina di “già visto”.
Ma queste sono chiacchiere da spettatore viziato.
Il bello di tutto questo è che durante la visione ti dimentichi che quello è Christian Bale, ed è una sensazione magnifica dovuta anche – anzi, soprattutto – al fatto che il protagonista è accompagnato, anzi spinto e tirato in tutte le direzioni possibili da uno stuolo di comprimari eccellenti.
Amy Adams, Steve Carell (nota di merito per il suo Rumsfeld), un Rockwell – G. W. Bush inquietante a pensare che tutto il mondo ha dovuto farci i conti, alzano l’asticella delle performance e trasformano la storia di Dick Cheney nel racconto delle conseguenze delle azioni di Dick Cheney sulle persone che aveva attorno.
Quello che emerge è la storia del perfetto gregario, che in maniera quasi fantozziana chiede al capo: “Ma noi, in cos’è che crediamo?”. Non è bello, non è atletico, non è schifosamente ricco di famiglia, non è neanche particolarmente brillante – anzi, spende buona parte dei suoi anni migliori ad ubriacarsi, fare risse e montare tralicci dell’alta tensione, e si laurea in un’università pubblica dopo essere stato espulso da Yale, ma il Dick Cheney di Vice è spietato, astuto e mosso dalla determinazione tetra che spesso dimostrano gli uomini semplici. Un’idea per volta, ma portata avanti fino al successo, costi quel che costi. Che si faccia pure intervistare Colin Powell col suo sorriso e le sue cravatte perfette, che sia Donald Rumsfeld a metterci la faccia sulle idee guerresche dei conservatori, che vada Bush Jr a far presenza in mimetica tra i soldati, l’unica preoccupazione del protagonista è trovare una via verso il potere.
Il potere altrui, in realtà, visto che Cheney si spende per buona parte della storia nel tentativo di allargare il raggio d’azione del Presidente fino al limite dell’assolutismo, ma questo perché sa perfettamente che a colmare le lacune di un Bush Jr. quantomeno approssimativo sarà lui, the Vice, la carica considerata inutile persino dalla moglie che nelle mani di Cheney diventa terribile, assoluta e determinante per la politica mondiale del primo decennio del 2000.
La regia di McKay (Anchorman, La Grande Scommessa) trasforma quello che poteva essere un serio biopic di denuncia in una commedia satirica surreale e movimentata, facendo diventare un tormentone comico persino i frequenti infarti del protagonista e facendo contestualizzare le vicende ad una pedina della storia del Mondo che suo malgrado darà un supporto essenziale alla prosecuzione della storia.
La bella notizia, è che il film è estremamente godibile e strappa più di un sorriso, pur se in uno scenario drammatico di guerre, battaglie per i diritti civili, soprusi politici giocati sulla pelle dei più deboli. La brutta notizia, è che – al di là delle necessità di sceneggiatura – quel tipo ha davvero praticamente governato il Mondo per un decennio. E questo dettaglio, quando arrivano i titoli di coda, ti si incolla addosso e non se ne va.

L’eleganza del riccio – Muriel Barbery

Ne avevo tanto sentito parlare di questo libro, la critica lo aveva osannato e, sull’onda del successo letterario, ne era addirittura stato fatto un film, quindi ho pensato che valesse la pena leggerlo , anche solo per curiosità.

In effetti è un buon libro, scritto bene , con un linguaggio ricercato, ma senza mai appesantire la lettura. Lo ammetto, ci sono state un paio di parole per cui ho dovuto cercare il significato sul dizionario e questo in genere mi succede solo con i testi in inglese.

In genere di un libro la prima cosa che mi colpisce è lo stile dell’autore, prima ancora del genere o della trama. Per questo sono spesso incuriosita dai romanzi giapponesi, perché so di trovarmi quasi sempre di fronte ad un testo complesso è molto curato nella forma, probabilmente non adatto ad essere letto in metro, ma che lascia un buon sapore la domenica pomeriggio davanti ad una tazza di caffè.

L’eleganza del riccio strizza un po’ l’occhio ai romanzi moderni giapponesi e in generale alla cultura giapponese. Non voglio svelare nulla della trama a chi non abbia letto il libro, ma di sicuro uno dei principali protagonisti della storia è proprio il Giappone. Ne sono rimasta sorpresa, perché avevo letto delle recensioni su varie riviste e blog, ma ne avevo dedotto solo che la storia fosse incentrata sulle vite di una portinaia di mezza età ed una ragazzina, entrambe dotate di singolare intelligenza e cultura (qualità che non sempre si riscontrano facilmente nella stessa persona).

Le due protagoniste si alternano nella narrazione, in prima persona, degli eventi che interessano il condominio di Parigi in cui vivono e che le porteranno ad avvicinarsi. Sullo sfondo delle loro storie, emerge una Parigi in cui il ceto sociale è un elemento che influenza in maniera preponderante il destino delle persone.

Questo è vero più o meno in tutte le parti del mondo, ma dalla patria dell’illuminismo me lo sarei aspettato un po’ meno. Quando penso alla Francia, penso anche alla rivoluzione francese (lasciamo perdere se subito dopo c’è stato Napoleone) e quindi non immaginavo che la differenza di condizioni economiche potesse avere un peso così grande. Se rifletto, in realtà, sui fatti di cronaca che hanno interessato la Francia ed in particolare Parigi negli ultimi anni ed ai quartieri ghetto che si sono creati nella periferia della capitale, non mi suona più così strana questa verità.

Si tratta di un libro che regalerei e consiglierei volentieri, anche se non mi ha lasciato senza fiato e non mi ha tenuta sveglia intere notti per non interrompere la lettura. Continuo a preferire alcuni grandi classici o, per rimanere in Francia, testi apparentemente più leggeri come quelli di Pennac.

A fine lettura mi è però venuta la voglia di riprendere qualcosa di Tolstoj e chissà che alla fine, grazie a questo libro, io non riscopra uno dei grandi classici della letteratura russa.

Città Sola – Olivia Laing

Un’analisi sociologica della solitudine attraverso la vita e le opere di alcuni tra i più importanti artisti della scena americana ed in particolare di New Yotk, tra l’inizio del ventesimo secolo e la fine degli anni novanta.
Le vite di Hopper, Warhol, Wojnarowicz, Darger e Klaus Nomi sono scandagliate ed analizzate da Olivia Laing con l’attenzione e l’accuratezza di un ricercatore. E’ evidente che il libro sia il frutto di mesi e forse anni di ricerche presso gli archivi storici, i musei e tutti i testimoni che in qualche modo hanno intrecciato le loro vite con questi artisti.
Sullo sfondo New York, città culla della solitudine, per l’autrice, che si ritrova a vivere proprio in questa città uno dei periodi più alienanti della sua vita, ma anche per la maggior parte degli artisti protagonisti del libro. I quadri di Hopper ne sono la testimonianza più tangibile: scorci di una New York popolata da personaggi soli e solitari.
New York che fa da sfondo alle vite di Warhol, Wojnarowicz e Klaus Nomi proprio negli anni in cui si manifesta per la prima volta il virus AIDS. Alcuni quartieri di New York negli anni ’80 erano diventati il punto di ritrovo per molte persone appartenenti alla comunità gay, in anni in cui la libertà sessuale era ancora un tabù.
Wojnarowicz ci ha lasciato numerose testimonianze, attraverso le sue opere e le sue interviste, sulla New York di quegli anni e sulle condizioni dei malati di AIDS, malattia che proprio in quegli anni si stava diffondendo in maniera epidemica in particolare a New York.
L’autrice ci ricorda che proprio l’emarginazione e la stigmatizzazione sono le principali cause della solitudine e per questo descrive in maniera accurata l’importanza del lavoro fatto dagli attivisti di ACTUP al fine di evitare l’isolamento dei malati di AIDS per scongiurare il silenzio e spronare il governo e le istituzioni a parlare e a diffondere le informazioni utili per la prevenzione del contagio e per il trattamento degli effetti della malattia.
Non è un testo di facile lettura, sia per i temi trattati, sia per le frequesti citazioni, che spingono un lettore attento a documentarsi e fare ulteriori ricerche.
Un libro che consiglierei ad un pubblico adulto e con una buona cultura o interesse in particolare nell’ambito artistico.